L'idea della mostra immersiva nasce dall’oggettiva impossibilità di mostrare dal vivo capolavori inamovibili ma indispensabili per capire realmente il genio del Merisi. Opere fondamentali come i quadri della Cappella Contarelli o della Cappella Cerasi, così come le opere del Louvre, estremamente fragili, o la scandalosa Morte della Vergine - dipinta per essere posizionata sull’altare di Santa Maria della Scala a Roma e rifiutata dai committenti – e ancora la Decollazione del Battista conservata nella Concattedrale de La Valletta, o la Medusa conservata agli Uffizi e tanti altri ancora. Di seguito alcuni esempi...


Giove, Nettuno e Plutone

Opere inaccessibili

Giove, Nettuno e Plutone

1597-1599, olio su muro, 316 x 152 cm, Roma, Casino dell’Aurora, Villa Boncompagni Ludovisi (già Del Monte)

Questo straordinario dipinto appare particolarmente interessante innanzitutto in quanto del tutto inaccessibile. Si trova in una villa ancora oggi privata, in una piccola anticamera che rischiò anche di essere distrutta nel corso delle varie modifiche apportate nei secoli al cosiddetto Casino dell’Aurora Ludovisi, dove  Caravaggio lo dipinse su di una piccola volta oltre quattrocento anni fa, realizzando così la sua unica pittura murale a noi pervenuta.

L’opera testimonia in modo peculiare il rapporto di amicizia e di committenza tra il potente Cardinal Del Monte e Caravaggio. Qui, come in altri casi, il pittore rappresenta visivamente quelle che sono le passioni e gli interessi specifici del colto committente, proprietario all’epoca dell’edificio, ma in quest’opera il tema alchemico risulta eccezionale e particolarmente affascinante.

Non solo di musica e di arte, Del Monte era profondamente interessato anche di alchimia.

Particolari visioni filosofiche ed esoteriche e bizzarri esperimenti pratici erano molto in voga tra gli intellettuali del primo Seicento e tra questi non poteva mancare il cardinale veneziano che sul tema commissiona a Caravaggio la decorazione del soffitto del suo Gabinetto alchemico, una piccola e misteriosa stanza situata nella sua residenza fuori Porta Pinciana.

Tienesi ancora in Roma essere di sua mano Giove, Nettuno e Plutone nel Giardino Ludovisi a Porta Pinciana, nel casino che fu del Cardinale Del Monte, il quale essendo studioso di sostanze chimiche, vi adornò il camerino della sua distilleria, appropriando questi dei agli elementi col globo del mondo nel mezzo di loro.”

E’ lo storico Bellori che ci introduce a questa straordinaria opera, un vero unicum nella produzione di Caravaggio, la sola pittura eseguita direttamente su di una parete di mano del pittore lombardo.

A differenza di molti suoi rivali, Caravaggio non esegue mai degli affreschi e neanche in questo caso, in cui opta per una tecnica molto rara, quella di dipingere direttamente con i colori ad olio sulla parete asciutta e non con altri pigmenti su di una parete fresca, ancora umida, come richiede la tecnica dell’affresco. Con quest’opera Caravaggio va oltre le sue possibilità, dipingendo direttamente sulla parete ad olio con il rischio che la rappresentazione potesse non resistere alla prova dei secoli. Non si cura della convenzionale tecnica, e il tempo, in qualche modo, gli ha dato ragione perché dopo oltre quattrocento anni  il dipinto è ancora lì, splendido,  in quella che oggi è un’inaccessibile villa privata.

“Questi dei (...) sono coloriti ad olio nella volta, non avendo Michele mai toccato pennello a fresco” è ancora Bellori che ci conferma che Caravaggio, indomito, anche in questo caso segue le sue regole personali distaccandosi dalla tradizionale tecnica dell’affresco.

Riscoperta solo nel 1969 da Giuliana Zandri, quest’opera straordinaria era considerata perduta ed è stata efficacemente restaurata tra il 1989 e il 1990. La rappresentazione è spettacolare, Giove Nettuno e Plutone rappresentano terra, acqua e aria, dunque la triade alchemica.

Sono immortalati dal basso grazie ad un’ardita visione prospettica per la cui realizzazione Caravaggio si autoritrae, nudo, in piedi su di uno specchio.

Al centro, in cielo, tra le minacciose nuvole grigie ruota il cosmo con i segni zodiacali. La terra, la luna e il sole sono rappresentati al centro del cosmo stesso.

Giove spicca assieme al suo simbolo l’aquila, Nettuno con il tridente e un cavallo marino, Plutone è affiancato da Cerbero il perfido cane a tre teste che qui straordinariamente Caravaggio rappresenta per mezzo di un piccolo e mansueto cagnolino da compagnia forse il cane Cornacchia che accompagnava in quel periodo Caravaggio, come ci narra il biografo Giovanni Baglione.

Morte della Vergine

Opere rifiutate

Morte della Vergine

1605-1606, olio su tela, 369 x 245 cm, Parigi, Musée du Louvre

Capolavoro indiscusso della produzione caravaggesca, opera impressionante sia per dimensioni che per la crudità della rappresentazione, la Morte della Vergine testimonia un episodio particolare per la vita del pittore lombardo che deve misurarsi con un netto rifiuto da parte dei committenti.

Fondamentale appare poter ricostruire le vicende della commissione dell’opera grazie alle fonti e ai numerosi documenti pervenutici sul tema.

Nel 1601, l’avvocato della curia romana Laerzio Cherubini, stipula con il pittore un contratto per l’esecuzione della grande tela destinata alla sua Cappella funebre nella Chiesa di Santa Maria della Scala a Roma in Trastevere.

Non è ancora certo se il dipinto sia mai stato posizionato sull’altare oppure no, ma la sua realizzazione si protrae a lungo, giungendo a termine solo tra il maggio 1605 e la primavera del 1606 quando Caravaggio deve fuggire da Roma dopo aver assassinato Ranuccio Tomassoni.

E’ da una lettera del medico Giulio Mancini dell’ottobre 1606 che si evince che la tela del Caravaggio è stata clamorosamente rifiutata “per esser stata spropositata di lascivia e di decoro”.

I Carmelitani Scalzi compiono un gesto molto forte, rifiutano quello che oggi viene considerato un capolavoro ritenendolo scandaloso, troppo crudo e fuori luogo per un luogo di culto. Per i Padri l’opera non è degna di essere esposta sul loro altare, ma per fortuna non tutti la pensano così. E’ infatti il grande Rubens che astutamente riconosce nell’opera del Merisi il capolavoro che effettivamente è e dunque interviene quale mediatore per far acquistare la tela a Vincenzo I Gonzaga, duca di Mantova del quale Rubens è pittore di corte.

Per un prezzo di 280 scudi il dipinto passa da Cherubini alla corte di Mantova e prima di lasciare Roma viene esposto per una settimana per essere ammirato da altri artisti a testimonianza del fatto che sin dalla sua realizzazione, se non per i Carmelitani Scalzi, la tela era considerata di grande interesse.

Scrive Giovanni Magni, ambasciatore mantovano a Roma “mi è stato necessario per soddisfar all’università delli pittori lasciar veder per tutta questa settimana il quadro comperato, essendovi concorsi molti et delli più famosi con molta curiosità, attesoché era in molto grido essa tavola, ma quasi a nissuno si concedeva il vederla”.

Molti pittori e tra i più famosi vanno ad ammirare la Morte della Vergine, Caravaggio è già un fenomeno tra gli artisti che si trovano a Roma in quel periodo.

Successivamente al periodo mantovano, la celebrità del quadro non diminuisce, ne diviene proprietario nel 1627 uno tra gli uomini più potenti d’Europa, il Re Carlo I d’Inghilterra che nel 1649 viene incredibilmente decapitato in occasione della guerra civile inglese. In seguito alla decapitazione del monarca inglese l’opera passa nelle mani del mercante d’arte di Colonia Eberhard Jabach, per poi fare ingresso nelle collezioni di Luigi XIV di Francia per il quale verrà esposta a Versailles e poi dopo la Rivoulzione francese, al Louvre, più al sicuro dove ancora oggi è ammirabile.

Per la Madonna della Scala in Trastevere dipinse il transito di N. Donna, ma perché aveva fatto con poco decoro la Madonna gonfia, e con gambe scoperte, fu levata via; e la comperò il Duca di Mantova” questa è la testimonianza di Giovanni Baglione.

Caravaggio dipinge una Madonna gonfia, pallida, popolana, con le gambe scoperte, un vero affronto. Secondo il biografo Bellori “per havervi troppo imitato una donna morta gonfia” l’opera viene rifiutata. Per ritrarre il sacro corpo della Madre di Dio, Caravaggio probabilmente usa come modello il cadavere di una donna annegata nel Tevere, qui risiede lo scandalo e uno dei punti più alti di rappresentazione della pittura della verità, dunque la rivoluzione di Caravaggio.

La scena lugubre dove la storia è narrata è un’ambiente buio, lo splendido telo rosso separa lo spettatore dagli attori principali, gli apostoli fedeli che piangono e si disperano dinanzi al corpo senza vita della Madonna. La disperazione della cruda rappresentazione porta a riflettere sulla fragilità della vita e sul significato terreno della morte.

Rifiutato, scandaloso, acquistato con la mediazione di Rubens dai Gonzaga, appartenuto ai più potenti uomini d’Europa quali Carlo I d’Inghilterra e il Re Sole, esposto a Versailles, oggi al Louvre, la Morte della Vergine è un dipinto straordinario, inamovibile per problematiche conservative e rischi derivanti dalle sue grandi dimensioni.

Oggi sull’altare di Santa Maria della Scala è esposto un dipinto rappresentante la Morte della Vergine, di Carlo Saraceni, non di Caravaggio.

Martirio di San Matteo

Pale d'altare

Martirio di San Matteo

1599-1600, olio su tela, 323 x 343 cm, Roma, San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli

Il Martirio di San Matteo è l’opera più complessa delle tre realizzate da Caravaggio per la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi. Caravaggio si confronta qui con il suo primo dipinto di storia di grande formato, in precedenza dipingeva composizioni di dimensioni minori, nature morte o comunque sia opere con poche figure.

La gestazione è complessa, il procedimento di elaborazione della composizione segna profondamente il pittore lombardo che, solo dopo profondi ripensamenti e sostanziali modifiche, giunge alla redazione finale del capolavoro quale lo ammiriamo oggi nella Cappella Contarelli.

Gli esami radiografici hanno aperto una finestra su ciò che appare invisibile ad occhio nudo, hanno infatti reso palese il tormento di Caravaggio nell’esecuzione di questo capolavoro.

Una prima stesura quasi del tutto completata è nascosta sotto alla superficie pittorica della rappresentazione finale.

Con un approccio totalmente differente rispetto a quella che sarà la soluzione ultima, il Merisi dipinge le figure di dimensioni ridotte. Posiziona i personaggi all’interno di uno sfondo architettonico molto ricco. Immagina la scena centrale del martirio in modo completamente diverso.

La cornice architettonica nella quale si svolge la scena della precedente versione è del tutto inconsueta per Caravaggio. Si tratta di un’articolata volta a botte con al centro una finestra circolare per la quale il pittore sembra essersi ispirato concettualmente alla Scuola di Atene di Raffaello, e per la quale certamente ha rielaborato un incisione realizzata da Bramante nel 1481.

Caravaggio rimane deluso da questa prima versione più convenzionale e ricrea il tutto stravolgendo la composizione. Attende che il dipinto si asciughi e lo copre con una preparazione bruna. Una volta pronta la tela, non ripropone lo sfondo architettonico, diminuisce il numero delle figure ma ne aumenta le dimensioni.

Al centro, al culmine dell’azione, il carnefice minaccioso, con la spada saldamente impugnata nella mano destra, tiene per il polso Matteo già a terra. Il Santo non può portare a termine la Messa perché viene aggredito e ucciso.

I presenti fuggono o arretrano impauriti, tra di loro in fondo, Caravaggio ritrae se stesso con il volto sdegnato per la violenza a cui deve assistere e che connota la anche sua vita reale. In alto sulla destra, quale tenero episodio all’interno della cruda composizione, un giovane angelo tende a Matteo la palma simbolo del martirio.

Per la posa di alcune figure il pittore lombardo si ispira a sculture classiche, veste i personaggi di abiti seicenteschi, nonostante la scena si sia svolta nel I sec. d. C.

In questo dipinto sperimenta anche quel contrasto tra cupa ombra e insolite fonti di luce che caratterizza le sue opere posteriori alla rivoluzione tecnica e stilistica della Cappella Contarelli.

Rimanendo fedele alle fonti che narrano l’episodio del martirio di Matteo, Caravaggio, con i primi abbozzi e le prime figure tenta di rimanere fedele alle consolidate rappresentazioni di questo tema, ma in ultimo vince la sua natura rivoluzionaria e la stupefacente rappresentazione finale non ha nulla a che vedere con la tradizione.

Le tele della Cappella Contarelli rappresentano il debutto pubblico di Caravaggio a Roma. Per la prima volta deve confrontarsi con tele di grandi dimensioni. Supera le difficoltà per il tramite non solo di idee grandiose da un punto di vista iconografico, ma anche grazie a peculiari accorgimenti tecnici.

Incide con uno strumento appuntito, forse il retro del pennello, le sagome laddove deve fissare dei punti di riferimento, utilizza per la prima volta una preparazione della tela scura che lascia a vista per le ombre, per il fondo e per i contorni e in generale per le parti non illuminate risparmiando così tempo ed accentuando i contrasti.

Le spettacolari tele realizzate per la Cappella Contarelli cambiano per sempre la produzione artistica di Caravaggio e costituiscono un punto di svolta per la produzione pittorica degli anni a venire. Questi capolavori non possono essere mossi sia per ragioni conservative sia per non alterare il contesto per cui vennero ideate da Caravaggio stesso e in cui vengono ammirate da oltre quattrocento anni.

Ritratto di Fillide Melandroni

Opere distrutte

Ritratto di Fillide Melandroni

1598-1599, olio su tela, 66 x 53 cm, Già Berlino Kaiser Friedrich Museum (distutto nel 1945)

Opera enigmatica, giunta a Berlino per via di diverse vicende collezionistiche, distrutta dalla furia della seconda guerra mondiale insieme ad altri due capolavori di Caravaggio, rappresentava la celebre amica e forse amante del pittore, la cortigiana Filide Melandroni. Il testamento della donna del 1614 lo menziona come “quadrum seu retractum manu Michaelis Angeli de Caravagio”.

Successivamente alla morte della donna effigiata, il dipinto verrà acquistato da Vincenzo Giustiniani, grande collezionista di opere di Caravaggio per poi essere ceduto nel 1815 insieme a parte della Collezione Giustiniani al Re di Prussia.

La tela è andata distrutta nel 1945 con l’incendio della Flakturm Friedrichshain, una delle torri antiaereo in cui i tedeschi avevano ricoverato molti dipinti durante il secondo conflitto mondiale.

Filide era una cortigiana di origini senesi molto nota a Roma specialmente nell’ambiente degli artisti. Era uno dei pochi ritratti eseguiti da Caravaggio.

La cortigiana rappresentata a mezzobusto scruta l’osservatore con il viso leggermente rivolto verso la sua destra. Tiene in mano un fiore di gelsomino e porta una veste decorata da guarnizioni dorate.

Lo sguardo intenso della modella è lo stesso che fissa l’osservatore di un’altra opera di Caravaggio, la Santa Caterina (Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza) per il quale Filide probabilmente posò come anche per rappresentare Giuditta nell’opera Giuditta decapita Oloferne (Roma, Palzzzo Barberini) e nella tela oggi a Detroit che rappresenta le Sante Marta e Maddalena (Detroit, The Detroit Institute of Art).

Decollazione del Battista

Opere inamovibili

Decollazione del Battista

1608, olio su tela, 361 x 520 cm, La Valletta, Oratorio di San Giovanni Battista dei Cavalieri

La Decollazione del Battista, realizzata da Caravaggio tra il 1607 e il 1608, è l’unica opera firmata nella sua produzione.  E’ l’opera di dimensioni maggiori in assoluto da lui mai realizzata e rappresenta anche la commissione più importante che Caravaggio realizza a Malta. Questi elementi, e non solo, rendono questa tela davvero un episodio straordinario nella carriera del pittore lombardo.

L’opera viene realizzata quale pala d’altare per l’oratorio della Cattedrale de La Valletta dove era probabilmente collocata già il 29 Agosto 1608 in occasione della cerimonia per commemorare la decollazione di San Giovanni Battista.

La superficie della tela supera i 5 metri di lunghezza, dimensioni imponenti e straordinarie nella sua produzione. Caravaggio, per la prima volta, firma orgogliosamente il dipinto come “Fra MichelAngelo”. La firma non è inserita lateralmente come ci si potrebbe aspettare, ma al centro ed è realizzata con la tonalità rossa del sangue che sgorga dal collo di San Giovanni. Quest’ultimo, un particolare in linea con la violenza delle rappresentazioni del pittore.

Il perché Caravaggio abbia firmato questa tela rimane un mistero, si può ipotizzare che, particolarmente soddisfatto del risultato, possa aver voluto certificare la sua paternità di quel capolavoro realizzato non a Roma o in altri centri della produzione artistica Europea, bensì in un’isolata, seppur importante, isola del Mediterraneo.

Il biografo Bellori dedica un’attenta riflessione all’opera e ne risalta alcuni dettagli “In quest’opera Caravaggio usò ogni potere del suo pennello, havendo lavorato con tanta fierezza, che lasciò in mezze tinte l’imprimitura della tela”.

Caravaggio opta per una composizione caratterizzata da un peculiare rigore formale.

La scena, tetra e drammatica, si svolge dinnanzi ad una tipica costruzione cinquecentesca che assume la funzione di quinta scenica. Sul lato destro, due prigionieri si affacciano per assistere al tragico evento. Al centro, l’aguzzino afferra i capelli del Battista, impugnando una lama nella mano destra. Il barbuto carceriere indica il bacile sul quale verrà posizionata la testa recisa. Le due donne sulla sinistra chiudono la rappresentazione, la più giovane, forse Salomè, tiene in mano il bacile nel quale finirà la testa di San Giovanni e la più anziana si dispera portando le mani alle orecchie.

L’opera è stata vandalizzata da un folle e sia per non essere sottratta al suo contesto sia per le dimensioni considerevoli è considerata ad oggi inamovibile.